<aside> 🤌 Ad oggi se ne contano ben 1358, hanno licenza variabile (generalmente Apache o SIL), sempre valida anche a uso commerciale, e sono tutti open source. Se esiste un font di qualità, ed è gratuito, ci sono buone possibilità di trovarlo nel catalogo di Google (tra gli assenti notabili Input e alcuni della League).

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Il punto di forza maggiore dei Google Fonts è questo: accessibilità e varietà. Accessibilità significa accessibilità, non solo gratis, sono infatti disponibili anche su altre piattaforme (eccoli su Adobe Fonts), ma sono soprattutto le API native a renderne l'utilizzo estremamente semplice, e integrabile anche in servizi di terze parti (ad esempio in WordPress, con varie soluzioni anche GDPR proof). Sono ovviamente scaricabili per uso desktop e in caso di font variabile viene fornita anche la versione statica.

Per tutte queste cose, Google Fonts rock. Il problema è districarsi nella giungla. Alcuni font provengono da foundry di comprovata fama (Rosetta con Eczar e Yrsa), a volte su commissione diretta di Google (Spectral e Newsreader di Production Type), altri da foundry affacciatesi più di recente sul mercato e in cerca di affermazione (Indian Type Foundry). Non mancano un paio di font corporativi: IBM Plex di Bold Monday, i font Ubuntu realizzati da Dalton Maag, e quelli di Red Hat a opera di MCKL. Alcuni sono frutto di collaborazione tra singoli autori e/o foundry, come la serie DM per DeepMind, la divisione AI di Google, derivata da due font base: Poppins della succitata ITF e Source Serif Pro di Adobe. Alcuni sono eccellenti, altri mediocri non tanto per motivi estetici (il font inusabile è quello mal fatto, non quello che giudichiamo brutto) quanto per motivi strutturali, riconducibili per lo più alla mancanza di supporto ai caratteri estesi delle lingue europee (come le nostre accentate). Alcuni hanno un set vastissimo di pesi e sono completi di italics. Alcuni sono monopeso e monostile (magari piccoli assaggi di famiglie complete e regolarmente in vendita, come Bree Serif di TypeTogether di cui Google ha in catalogo solo il regular 400). Non per questo vanno sottovalutati. Molte volte un regular e un italic sono tutto quello che serve. Butterick nella sua guida galattica disincentiva pure l'uso del grassetto in corpo di testo. Funziona bene anche sul web, il sito della già citata League Of Movable Type se la cava benissimo col suo Fanwood Text (presente in Google Fonts) orfano di grassetto, abbinato al suo sans League Spartan (in Google Fonts ce n’è una versione variabile, quasi identica: Spartan).

Tra quelli estesissimi c’è Noto, sviluppato in house da Google (con però cinese, coreano e giapponese presi direttamente da Source Han di Adobe). Un’immensa opera di filantropia tipografica, probabilmente la famiglia di font (sans e serif, più un mono da black a thin, in quattro densità diverse, senza italics) col supporto in assoluto più ampio alle lingue più diverse, moderne e antiche. Magnum opus. È un font importante, che cerca di dare rappresentanza a quella miriade di comunità linguistiche che non ne hanno. Il nome Noto, oltre a voler richiamare il latino notāre, è inteso anche come abbrevazione di "no tofu”, ove con tofu si intendono i quadratini che appaiono nel testo quando il font in uso manca di quello specifico carattere (le accentate, la €, la ß, o i mille diacritici del vietnamese), se non di un intero alfabeto. Lo usa (il sans) anche Ikea, incluso il branding. Esteticamente piuttosto insapore, deve funzionare in mille contesti diversi, non può essere bello e allo stesso modo non può neanche essere brutto. Il mono merita un giro. A partire da Catalina, Noto è parte integrante di macOS. In decine e decine (e decine e decine) di varianti anche le più esotiche. Indisinstallabile, indisattivabile.

Compreso in Google Fonts anche Titillium, font ufficiale di Governo italiano e Pubblica Amministrazione, nato come progetto didattico all’ISIA di Urbino con supervisione di Luciano Perondi (CAST). È usato anche sul sito della NASA. Di ISIA anche Lekton, un mono (in realtà tri-spaziato) ispirato al font Notizia utilizzato nelle ultime macchine elettroniche Olivetti.

I restanti milletrecento e rotti possono essere ridotti a circa la metà se si escludono:

Tra i primi, è il caso di alcuni font di Pablo Impallari il cui Lobster ha avuto una diffusione in stampa debordante, con tutta una serie di epigoni (in Google Fonts: Galada, Pattaya…). Anche font come Roboto e Open Sans sono inflazionati, ma restano utili e utilizzabili se li si inserisce in contesti dove non sono troppo abusati, in pesi e stili poco frequentati.

La parte di catalogo che supera questa selezione è occupata per circa ⅓ da font a uso display, classificazione che però non necessariamente coincide con quella su Google Fonts (machine learning vs occhio umano). Certe classificazioni fatte da Google appaiono del resto piuttosto opinabili, con font decisamente fuori posto. Questo fa sì che facendo ricerche ristrette a determinate categorie, si abbiano a volte risultati un po’ spuri. Il resto sono sans e serif in parti sostanzialmente uguali, e infine una quarantina di mono, di cui alcuni (il già citato Lekton, ad esempio) anche adatti alla prosa (Markdown). Tra quelli più strettamente diretti alla programmazione, ve ne sono alcuni dotati di legature specifiche (JetBrains, Fira Code…): combinazioni di caratteri come -> e => vengono rese con un unico glifo.

Una nota sulla qualità dei file scaricati. A volte possono risultare un po’ disordinati, con famiglie spezzettate o font singoli in duplice copia. La duplice copia, spesso, risulta dalla presenza delle versioni variabili di un font (per lo più un regular e un italic), che restano accorpate al font statico. Questo crea caos, sia nel font manager che nelle applicazioni grafiche in cui si andrà a cercare e applicare un font. Si può rimediare smontando e rimontando il font, fintantoché i file prodotti restino sul proprio computer. La prassi più corretta sarebbe segnalare la cosa e chiedere un fix. L’open source è bello, ma non è detto che risponda.

Volendo seguire il principio vignelliano di usare al massimo una dozzina di font in tutto (meglio se mezza), suddividendo in quattro categorie e scegliendo tre font per ognuna, una possibile lista potrebbe essere quella che segue.

Sans

Lexend, variabile, fornito anche spacchettato in sette diverse varianti. È un font sviluppato da Thomas Jockin (Readable Tech) su studi di Bonnie Shaver-Troup, terapista che si occupa di dislessia da una prospettiva più direttamente percettiva: la difficoltà di lettura non dipende solo da un inciampo cognitivo, ma anche da un carattere tipografico che non fa molto per evitarlo. Soprattutto sul web. È un font con spaziatura molto aperta, privo di elementi visuali non indispensabili. Good design should work for as many people as possibile. Font Bureau ne ha curato la versione variabile.

Atkinson Hyperlegible, sviluppato dal Braille Institute of America, pensato per poter essere approcciabile anche da persone con visione ridotta. A differenza di Lexend che limita le caratterizzazioni delle lettere al minimo per evitare rumore visuale, qui ogni carattere ha una sua marcatura precisa (la q, per esempio, ha una codina).

Barlow, superfamiglia che comprende anche un Condensed e un Semicondensed, utilizzabile in quei contesti dove si penserebbe a un DIN. Austero, funzionale, si guadagna la citazione per aprire il ventaglio di scelte stilistiche. Ce ne sono forse di più belli, ma sulla falsariga dei due già citati sopra.

Serif

Besley, un Clarendon – come dichiara il nome omaggio a Robert Besley – con spigoli smussati e un corsivo dolce. Classico e pure abbastanza classy. Versatile, buono per body copy e per titoli di impatto.

Fraunces, megafamiglia (riducibile in variabile, come il font sopra) che si colloca dalle parti di Cooper. Un altro serif-trattino-slab un po’ old style che comunica calore e morbidezza ma fornisce anche soluzioni più “taglienti”. È però con i pesi più chunky e morbidi che da il meglio di se, pur rimanendo disponibili opzioni perfettamente applicabili anche in body copy.